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Fair use: diritto o concessione? February 20, 2006

Posted by laspinanelfianco in Diritti Digitali.
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Avete appena acquistato alcuni CD audio in un negozio, pagandoli con un ammontare sircuramente eccessivo di euro autentici (e durissimamente guadagnati in uno squallido call-center che vi tiene a lavorare soltanto finchè non vi azzardate a chiedere il rispetto dei vostri diritti più elementari, come le ferie e la pensione). Arrivate a casa e vi apprestate a fare una compilation su CD dei brani che avete appena acquistato per ascoltarli in auto o, ancora più semplicemente, vi apprestate a fare una copia di backup per salvaguardare il vostro piccolo investimento. Inserite il primo CD da replicare nel drive e pensate tra voi: “Fare una copia di backup è un mio preciso diritto. Dopotutto ho pagato a caro prezzo questo CD originale. Giusto?”

Sbagliato!

Secondo la RIAA, la creazione di copie di backup non è una tecnica di Fair use (vedi anche: wikipedia in inglese ). Nemmeno la creazione di copie destinate ad un uso personale, come l’ascolto in auto, lo è. Al massimo è una graziosa concessione dell’azienda a cui avete appena trasferito l’equivalente di alcune ore del vostro lavoro e della vostra vita. La notizia di questa posizione politico/strategica della RIAA, viene riportata in questi giorni da diverse testate, tra cui Punto Informatico ed ArsTechnica.

Possiamo quindi salutare l’alba del feudalesimo digitale. Niente più diritti riconosciuti dei cittadini ma solo graziose concessioni, temporanee e condizionate, dei potenti. Non più diritti acquisiti, in cambio dei soldi versati, ma solo tasse che devono essere pagate al feudatario della zona in cambio di nulla. Eccoci tornati al più cupo medioevo.

A questo punto, possiamo porci le seguenti due domande.

  1. Esattamente, cosa otteniamo in cambio dei troppi, decisamente troppi, euro che versiamo al feudatario che è titolare dei diritti sulla cultura del mondo in cui viviamo?
  2. Esattamente, in cosa consiste l’attività imprenditoriale di questo feudatario? In altri termini: in cosa consiste il suo rischio di impresa?

Grazie ad una semplice analisi logica della situazione esistente, possiamo rispondere nel modo seguente.

Alla domanda #1 possiamo rispondere che otteniamo una “licenza temporanea e condizionata all’uso di un prodotto” che rimane comunque di proprietà del titolare dei diritti. Più o meno come un noleggio con tariffa a forfeit. I termini della licenza li decide il titolare, senza contrattare nulla con noi. Potrebbero includere di tutto. Cosa ne dite di una licenza che vi autorizzi a vedere un film solo a patto che vi impegniate legalmente a non parlarne male?
Alla domanda #2 possiamo rispondere che la sua attività imprenditoriale consiste (ormai quasi esclusivamente) nell’acquisire dei diritti e nel farli valere nei confronti dei clienti o, più precisamente, degli eventuali trasgressori (cioè noi). Curiosamente, questa è anche la definizione standard di “Litigation Company” (vedi anche “Patent troll“). Il rischio imprenditoriale di questa azienda è inesistente: non viene trasferito al cliente nessun diritto duraturo e nessuna potenzialità di utilizzo del prodotto che possa rappresentare una “rinuncia”, una “perdita” od un “rischio” per il concedente. Non viene trasferito nulla al cliente in cambio dei suoi soldi. Il cliente viene ridotto all’esclusivo ruolo di consumatore (aka “mucca da latte”).

Naturalmente, noi dovremmo continuare a sentirci colpevoli ogni volta che avviamo un programma P2P o di CD cloning. Ma colpevoli di cosa? Di resistere con ogni più strenuo mezzo all’arroganza ed alle prepotenze di questi colossi industriali?

Personalmente, non amo infrangere la legge. Non acquisto più CD e DVD/VHS da molti anni per non sottostare a queste imposizioni. Non faccio uso di sistemi P2P e mi limito a guardare i film che passa il convento. Non vado quasi più al cinema. Tutto sommato, posso permettermi un prolungato periodo di digiuno grazie al fatto che, in gioventù, ho potuto godere dei vantaggi offerti da una società dell’informazione abbastanza libera ed orientata all’uso sociale della cultura.

Non credo, tuttavia, che i nostri giovani possano sopravvivere a lungo al digiuno ed alle ristrettezze imposte da una società orientata ad un uso strettamente commerciale della cultura. Di questo passo, ci troveremo presto con dei giovani davvero troppo simili ai loro coetanei entusiasticamente impegnati nell’esportare la democrazia in Iraq a suon di cannonate.

Personalmente, credo che ormai non sia più sufficiente mandare a c….e questa gente. Occorre combatterla. Enti sovrannazionali come la RIAA e la MPAA vanno combattuti, in sede politica e legale, per imporre loro il rispetto dei diritti della società e dei singoli individui.

Ben venga il rispetto dei loro diritti d’autore (con cui gli autori centrano pochissimo) ma non al prezzo della cancellazione del diritto dei consumatori ad un controllo completo ed incondizionato sui prodotti e sui servizi che acquistano.

Comments»

1. maqroll - February 20, 2006

Ho letto l’articolo su punto informatico e mi ha fatto indignare. E’ da un po’ che questi signori pensano al prodotto non più come orientato al pubblico ma ad una massa di consumatori idioti.

Bisogna fare qualcosa e boicottare, e bisogna far capire che la pirateria non nasce dal gusto di essere pirati, o almeno non solo, ma dalla politica dei prezzi (gonfiati) e dalla politica dei Drm. Se mi piace un artista che esce con la Sony preferirei non comprare il disco ma averlo da altre fonti oppure non averlo affatto.

2. Blog navigabile a history » Fair use: diritto o concessione? - March 18, 2006

[…] Questo post è tratto da: Fair use: diritto o concessione?, di Alessandro Bottoni Indice “Visitati e Mancanti”   >> Next “Mancante” […]


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