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Open Business, Open Industry e Disoccupazione intellettuale March 11, 2006

Posted by laspinanelfianco in Politica.
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Se state leggendo queste pagine, c’è una elevata probabilità che siate come minimo diplomati (circa 2/3 della popolazione di Internet lo è) o addirittura laureati (circa 1/3 degli internauti lo è). Dato che state leggendo un testo in italiano, c’è una probabilità molto alta che viviate in Italia (circa il 90% dei parlanti nativi di questa lingua vive all’interno dei confini nazionali).

Se siete diplomati/laureati ed italiani, c’è anche un probabilità molto alta che siate disoccupati o sottoccupati.

L’Italia è infatti uno dei paesi europei (e mondiali) con il più alto tasso di disoccupazione intellettuale. Il motivo di questa situazione è ovvio: non c’è più una industria in grado di assorbire i nostri laureati. La situazione è particolarmente pesante nel settore della ricerca. La nostra industria, infatti, è quasi tutta orientata a settori low-tech come la moda. Di conseguenza, non ha bisogno di ricerca e non la finanzia.

Come si sia arrivati a questa situazione è chiaramente descritto in decine di libri. Ve ne consiglio solo uno, particolarmente chiaro e particolarmente leggibile:

La scomparsa dell’Italia industriale
Luciano Gallino
Einaudi editore
(7 od 8 euro, ora non ricordo)

Le soluzioni normalmente proposte sono le seguenti.
– Finanziare la ricerca con soldi pubblici.
– Indurre le aziende a migliorare il proprio livello tecnologico, ad esempio adottando strumenti informatici.
– Cambiare il profilo dei nostri laureati, adattando i corsi di laurea alle esigenze delle industrie.

Inutile dire che queste soluzioni non funzionano, per i seguenti (ovvii) motivi.
– Non ci sono soldi per finanziare la ricerca
– Alle aziende, che solitamente producono tacchi per le scarpe per conto terzi, non interessa migliorare il proprio livello tecnologico
– L’unico profilo professionale adatto alla nostra industria è l’immigrato clandestino a costo pressochè nullo e completamente privo di diritti

A questo punto, al povero laureato/diplomato italiano rimangono le seguenti alternative.
– Mantenere il più assoluto riserbo sul titolo di laurea in Fisica conquistato a 13 anni con 110 & Lode con una tesi intitolata “Risoluzione della equazione di campo gravitazionale lasciata irrisolta da Albert Einstein” e cercarsi un posto fisso come cameriere nella più vicina pizzeria. Lo ha già fatto Ettore Majorana a suo tempo ed è considerata una soluzione dignitosa.
– Emigrare. In fondo la più grande città italiana dopo Roma è Brooklin.
– Mettersi in proprio. Vanno molto di moda i negozi di telefoni cellulari. Quello qui all’angolo è gestito da un simpatico ragazzo laureato con 100 & Lode in Ingegneria Elettronica, quando ancora la laurea era obbligatoriamente di 5 anni ed i voti si davano in centesimi, con una tesi sull’UltraWide Band che farebbe molto gola alla Motorola. E’ molto bravo a sistemare le tastiere scassate.

Personalmente, ho appena inviato un CV ad un tipo che cercava degli spaccalegna in Alta Val Badia. Mi piace la natura.

A queste soluzioni tradizionali, potrebbe presto aggiungersene un’altra. Per intenderci, potremmo chiamarla “Grassroot Industry” (vedi: http://en.wikipedia.org/wiki/Grassroot ), “Citizen Industry” (in modo parallelo al “Citizen Journalism”, vedi: http://en.wikipedia.org/wiki/Citizen_journalism ) o “Open Source Industry”. Il termine che personalmente prefersico è “Open Business”

L’idea, in sè, è semplice:
1) Ci si coalizza per fare ricerca scientifica e tecnologica con quello di cui si può disporre. Potrebbe essere un laboratorio universitario a cui si ha accesso, un PC od uno strumento sottoutilizzato dell’industria per cui si lavora (magari temporaneamente)
2) Si cerca di produrre idee, brevetti (ouch, che schifo!) o semplicemente esperienza professionale da rivendere e da riutilizzare. Insomma: ci si dà da fare come si può.
3) Si cerca di mettere a frutto quanto prodotto e quanto acquisito rivendendolo alle industrie esistenti o creando nuove piccole realtà industriali.

Inutile dire che si tratta di una attività volontaria, di tipo assolutamente “open” e soprattutto di carattere “interstiziale”. In altri termini, si devono sfruttare ai propri scopi gli “interstizi” lasciati incustoditi dal “sistema”. Potrebbe trattarsi appunto di uno strumento sottoutilizzato al quale si riesce ad ottenere un accesso autorizzato od una idea che si riesce a sviluppare con mezzi propri. Altrettanto inutile dire che si tratta di una attività da disperati ed assolutamente priva di garanzie. Si può arrivare a dei risultati o morire (di fame) nel tentativo.

Lo scopo è sempre uno solo: fare quello che non fanno le industrie. Fare ricerca, fare sviluppo e fare… industria. In pratica: darsi un’occupazione ed un reddito (le due cose no sempre vanno di pari passo).

Perchè mai una cosa da sopravvissuti postatomici come questa dovrebbe essere una possibilità reale da prendere in considerazione nel futuro? Per i seguenti motivi.
1) Ha già funzionato nel settore del software. Probabilmente ci sono altri ambiti in cui questa logica “open” può dare frutti. La ricerca scientifica e tecnologica ne è un esempio. Incredibilmente, qualcosa del genere può essere utilizzato anche in settori molto diversi da software, come alcuni settori dell’ingegneria (quindi hardware, non solo siliceo) e della formazione.
2) Noi siamo sopravvissuti postatomici o, più esattamente, postindustriali. Non ci sono più alternative. Le nostre industrie non investiranno in questi settori.

Ci sono molti modi di intendere l’ “Open Source”, quasi tutti molto poco ortodossi. Per vedere le opportunità che un processo “open” può fornire bisogna avere una mente molto aperta. Se state pensando a Linux, probabilmente siete sulla strada sbagliata. Il processo di sviluppo che ha portato a Linux forse non è così semplice da esportare e riutilizzare in altri ambiti. Dovete guardarvi attorno e cominciare a vedere l’aspetto “open” di altre cose. Ad esempio, molta ricerca scientifica è per sua natura “open”. Guardate cosa fa l’AIRC (Associazione Italiana Ricerca sul Cancro), ad esempio. Cerca finanziamenti dai sostenitori e fa ricerca. Produce conoscenza, farmaci e terapie e, nel processo, produce occupazione. Oppure guardate alla formazione: per insegnare bisogna conoscere, bisogna fare esperienza. Allora fate esperienza di una tecnologia o di una “competenza” rivendibile di qualche tipo con lo stesso approcio con cui si fa esperienza di programmazione nel mondo del software e rivendete questa esperienza sotto forma di corsi.

Sono sicuro che avete già bollato tutta questa storia con il vostro inseparabile timbro rosso con scritto “cazzate!”.

Quasi tutti. Là in fondo c’è un ragazzo che sta rimuginando qualcosa. Forse è qualcosa che ha intravisto durante la tesi e che gli piacerebbe approfondire. O forse suo cugino ha una piccola officina meccanica e gli ha parlato di un problema ricorrente. Qualunque cosa sia, quel ragazzo ha capito cosa intendo. Forse si chiama Linus.

Comments»

1. Maurizio - March 11, 2006

Grande – e grazie.

2. Alessandro - March 11, 2006

Ormai sono circa 2 mesi che seguo giornalmente il tuoi blog (conosciuto tramite punto-informatico) e tralasciando per un momento l’utile e esemplare tentativo di far aprire gli occhi sul TCPA & Co. questo è il post più bello.
Qui descrivi esattamente la realtà italiana (da dove dovrebbero partire tutti i programmi politici) e per andare avanti (tirare a campà) dobbiamo imparare “l’arte dell’arrangiarsi”; come molti dicono, noi italiani siamo un popolo di artisti: e allora creiamo, diamoci da fare per fare qualcosa.
Fortunatamente io un lavoro l’ho, con cui mi pago gli studi universitari e cerco di arrotondare proponendo GNU/Linux come sistema alternativo a sistemi proprietari: ovviamnte la remunerazione arriva quando faccio assistenza (che una volta ben configurato non ne necessita … purtroppo :-)). Il tutto è iniziato aiutando amici e conoscenti, la voce si è sparsa e ora seguo una piccola azienda locale.
Spero, con il mio piccolo contributo, di aver dato uno spunto a tutti coloro che vogliono cimentarsi in questa arte … quella dell’arrangiarsi.

Alessandro

3. Enzo - March 12, 2006

Alessandro, quella che tu chiami arte di arraggiarsi si chiama “imprenditoria” oppure “libera iniziativa privata”.
Quella che normalmente viene vituperata dalle persone come Bottoni, quella che normalmente viene tartassata dalla stato, quella che normalmente viene oppressa dalla concorrenza sleale delle aziende sovvenzionate dallo stato.
Dovrebbe far riflettere che tu la scopri ora come se fosse la novità per cambiare lo stato delle cose. Dovresti riflettere invece sul fatto che lo stato delle cose attuale è stato prodotto proprio dall’ aver sempre messo bastoni tra le ruote ad iniziative come la tua.
Ciò che propone Bottoni è tutt’ altra roba.
L’ unica analisi che fa è questa: le aziende nostrane sono cattive (vogliono gli immigrati clandestini!!!), noi invece siamo grassroots, siamo open, non pensiamo al profitto, ergo siamo quelli più buoni e più bravi.
E’ una storia che si già vista mille volte.
Potevano chiamarsi “cooperative” o “gruppi di volontariato” a volte anche “centri sociali occupati”. Sono sempre finiti che “il papi mi ha trovato un posto in banca”, oppure “il partito mi ha fatto entrare al ministero” e nei casi migliori “lo stato ci deve sostenere (ovvero sganciare i soldi), ne abbiamo diritto perchè noi siamo quelli buoni e bravi”
Stai alla larga da questa gente.

4. laspinanelfianco - March 12, 2006
5. virgix - March 19, 2006

Salve,
IQuesto post mi è piaciuto, e volevo savarlo stampandomelo: ho lavorato troppo con i PC per fidarmi…😉

Volevo segnalere che non si riesce a stamparlo con Firefox: son dovuto ricorrere all’obsoleto IE, che lo ha tagliato come solo lui sa fare, ma che almeno mi ha dato una copia leggibile.

CMQ,
Grazie di cuore.

6. giorgioburattini - October 2, 2006

nessuno parla della disoccupazione intelletuale nelle materie giuridiche ed umanistiche se non per affermare che ormai alle aziende non servono + tanti laureati in queste discipline che in passato, erano solo una fabbrica di insegnanti e di funzionari pubblici.
le aziende sono a detta di molti sature in questo settore
cia o

7. giorgioburattini - October 2, 2006

ormai le aziende investono solo in prodotti finanziari ed assumono solo operai operai e nient’altro che operai come nei paesi sottosviliuppati al signor bottoni di idee neodirigiste e rivalutatore del capitalismo di stato e della stato imprenditore va detto che tale sistema economico ha determinato il fiorire di una grande industria parassitaria ed assistita e di piccole aziende manifatturiere che abbisognano solo di manodopera


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