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Made in Italy, Made in USA, Made in China April 2, 2006

Posted by laspinanelfianco in Politica.
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In una economia di mercato, persino in una economia di mercato imperfetta come la nostra, l'azienda che riesce a produrre lo stesso bene, od un bene equivalente, al prezzo più basso sopravvive. Le altre soccombono.

Tradotto in italiano, questo vuol dire che le nostre aziende tessili devono soccombere nel confronto con quelle cinesi, indiane e sudamericane. Lo stesso vale, per ovvie ragioni di costo, per ogni altro tipo di prodotto che sia possibile produrre in paesi dove la manodera costa meno, come le scarpe, i mobili in legno, gli occhiali e via dicendo.

Per contrastare questo tipo di concorrenza, apparentemente, esistono solo due strade:

  1. Abbassare il costo della nostra manodopera al livello della Cina.
  2. Alzare il costo della manodopera cinese al livello dell'Europa

Come è possibile constatare, i governi occidentali hanno scelto la prima strada. Di conseguenza, possiamo prepararci a tornare alla bicicletta.

Esiste tuttavia una terza strada:

  1. Produrre qualcosa che non sia possibile produrre in Cina

I governi europei hanno interpretato questa frase come “impedire ai cinesi di produrre le nostre merci”. Il termine “nostre” è qui inteso come “la roba che abbiamo inventato e disegnato noi e che quindi ci appartiene”. Una questione di trademark e di copyright, insomma.

Cosa gliene freghi ai cinesi dei nostri copyright e dei nostri trademark, è facilmente intuibile e non richiede ulteriori discussioni in questa sede.

Chi ha veramente capito cosa volessero dire gli economisti con quella frase sono stati gli americani. Le industrie statunitensi hanno sempre seguito il principio guida di concentrare i loro sforzi di ricerca e di sviluppo su oggetti che fossero talmente all'avanguardia da non poter essere prodotti in paesi a bassa tecnologia come Cina ed India. Inoltre, si sono sempre concentrati su prodotti che si trovassero “alla fonte” di interi universi produttivi, come i microchip usati dall'industria digitale. Per decenni, praticamente dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, questo approcio hi-tech ha messo l'industria americana al riparo dalla concorrenza straniera, persino quella europea.

Allora, adesso basterebbe seguire l'esempio americano per liberarci della fastidiosa concorrenza cinese, giusto?

Sbagliato.

Questo approcio ha funzionato solo per il tempo che hanno impiegato queste economie emergenti per colmare il fossato tecnologico che li separava dagli USA e dall'Europa. Al giorno d'oggi, i prodotti hi-tech vengono quasi tutti da Cina, India, Taiwan e altri paesi del sud-est asiatico. Addirittura, sono questi paesi, Cina in testa, a guidare la ricerca scientifica. Gli americani stessi sono in seria difficoltà a resistere a questo assalto.

Questo treno è già passato e lo abbiamo già perso.

Ne passerà un altro?

No.

L'industrializzazione è qualcosa che si è già verificato, e si è già diffuso in tutto il mondo. Non ci saranno altri “cicli” di innovazione come quelli che abbiamo conosciuto tra il 1700 (rivoluzione industriale inglese) ed il 2001 (bolla speculativa della new-economy). La nostra scienza e la nostra tecnologia non ci fanno prevedere nulla del genere. Se dovessero esserci altre “rivoluzioni” di questo tipo, dovrebbero per forza venire da sviluppi completamente imprevedibili della nostra scienza e della nostra tecnologia. Quello che riusciamo a vedere, sulla base di ciò che conosciamo ora, non va in questa direzione.

Dobbiamo allora rassegnarci a sbranarci nella stessa “arena” con cinesi ed indiani per un tozzo di pane?

No.

Ci sono altre strade. Una delle più note sono i cosidetti “mercati protetti da barriere naturali”. Un esempio classico è l'entertainement (letteratura, cinema, televisione, etc.). Questo è un mercato protetto da una pesante barriera linguistica. Provate voi a fare uno “Zelig” in cinese e rivenderlo a Pechino!

Tuttavia, non sono questi i mercati a cui dovremmo pensare. Il motivo è ovvio: sono mercati di importanza marginale e che non posono dare da mangiare ad intere nazioni.

Bisogna piuttosto guardare a cosa stanno facendo i paesi del nord-europa da diversi decenni. Pressati dalla nostra concorrenza nel settore manifatturiero (Eh, si: l'Italia E' un paese del terzo mondo rispetto a molti paesi europei), questi paesi si sono specializzati nei servizi (comunicazioni, banche, finanza, assicurazioni, etc.).

Sempre a caua di barriere naturali (la lingua, la conoscenza del mercato, il radicamento sul territorio) il mercato dei servizi è meno soggetto alla concorrenza straniera. Grazie alla sua pesante dipendenza dalle relazioni umane (venditori, consulenti etc.) è anche meno sensibile a quella automazione dei processi produttivi che ha buttato fuori milioni di persone dalle fabbriche.

E' tempo di cambiare. Il mondo delle assicurazioni, delle banche e delle televisioni non può più essere gestito nel modo che abbiamo visto in questi ultimi 5 anni. Cartelli, complotti e altre loscaggini individualistiche devono essere abbandonati a favore di una logica di sviluppo che permetta lo sviluppo dell'intero paese.

L'industria del software potrebbe ancora giocare un ruolo importante in tutto questo. Abbiamo a disposizione un ampio parco software “open” su cui costruire prodotti per il mondo dei servizi. Possiamo persino usare questi prodotti per offrire direttamente i servizi in questione. Perchè non approfittarne?

Possibile che in Italia non si riesca a trovare nessuno che voglia lanciare servizi come i seguenti?

www.ebay.com

www.google.com

www.amazon.com (e per favore, non fatemi confronti assurdi con certi fornitori locali…)

Possibile che elementi cruciali di questa evoluzione, come Ubuntu, debbano venire dal Sudafrica?

Provate a guardare i seguenti prodotti e riflettete. Forse tra questi c'è qualcosa su cui fondare la vostra azienda e fare i soldi.

http://www.openpsa.org/

http://www.elance.com/

http://www.progeny.com/

http://componentizedlinux.org/

http://www.gnuenterprise.org/

http://openrcm.sourceforge.net/

Comments»

1. Furex - April 2, 2006

Questo è un post che solleva tematiche davvero interessanti, a tal punto che per risponderti dovrò scrivere un post sul mio blog perché limitarmi ad un commento sarebbe uno spreco😀

2. Enrico - April 3, 2006

Simpatiche osservazioni ma
“…in questi ultimi 5 anni” forse era meglio risparmiarselo no?

3. laspinanelfianco - April 3, 2006

Enrico wrote:
Simpatiche osservazioni ma
“…in questi ultimi 5 anni” forse era meglio risparmiarselo no?

E perchè mai? Non ho mai fatto mistero di essere di sinistra, molto più di sinistra della gente di sinistra con cui l’attuale governo deve confrontarsi. Di conseguenza, è piuttosto ovvio che considero l’attuale governo di destra responsabile di una larga parte dello sfacelo economico che vediamo attorno a noi. Se questo governo non voleva essere oggetto di queste critiche, doveva preoccuparsene prima, quando era ora di dimostrare la propria capacità di governare per tutti i cittadini, non solo per una parte privilegiata di essi.

Ciao

4. blau - April 3, 2006

Ottimo articolo, specie nelle proposte sullo sfruttamento dei vantaggi nel mondo dei servizi. L’ho riportato a casa mia.

5. Marco Wong - April 9, 2006

condivido pienamente l’articolo e mi limito a citare alcuni esempi internazionali ed italiani:
IBM ha venduto la sua divisione di PC a Lenovo, azienda cinese, per focalizzarsi sui servizi,
Pirelli, da azienda puramente manifatturiera, ha ceduto via via i suoi prodotti diversificati (Superga, palle da tennis, materassi, ecc.), più recentemente i cavi, e si è focalizzata nel real estate (mercato locale per eccellenza), servizi di TLC con l’acquisizione di Telecom (mercato regolamentato da licenze ecc.). Nelle attività manifatturiere rimaste come i pneumatici vede la Cina come un mercato, come testimonia la recente apertura di uno stabilimento in Cina.

6. lilllo - June 24, 2010

che posso die, siamo rovinati…..


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