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Resistance is Futile May 3, 2006

Posted by laspinanelfianco in Hacktivism, Politica, Trusted Computing.
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Dai messaggi che appaiono nel forum di Untrusted, la rubrica che curo per Punto Informatico, emerge spesso un messaggio politico molto chiaro: la resistenza è inutile. La sequenza di messaggi che trovate qui di seguito ne è un esempio eclatante:

Diminuizione della domanda? Perché? La gente continuerà a comprare. Dovrà continuare a comprare, e basta.

Il TC significa AFFARI per chiunque abbia interessi commerciali forti. E' un male solo per tutti gli appassionati hobbyisti.

Ma gli appassionati non hanno budget di miliardi e sono irrilevanti.

Il mondo appartiene all'Economia: fatevene una ragione.

Ed ancora:

Tu non comprerai. Gli appassionati non compreranno. Meno dell'uno per cento del mercato.

Il restante 99% comprerà, comprerà e comprerà. Come compra i cellulari con le suonerie polifoniche (pieni di DRM), con i loghi e i film formato francobollo. E' il mercato. Il mercato vince sempre.

E spazzerà via tutti gli oppositori del TC. Resistere è inutile.

Fatevene una ragione.

Ed infine:

Infatti. Ma a che serve? Possiamo strillare finchè vogliamo, non cambia nulla. Anche il Popolo di Seattle si è arreso: non c'è nulla da fare contro i grandi interessi.

(Questa sequenza di messaggi è stata presa dal forum di PI-untrusted del 2 maggio 2006:)

Questo messaggio è applicabile anche a molte altre cose, al di là del Trusted Computing. Lo si può applicare alla televisione, sempre più stretta all'interno di vincoli commerciali, all'elettronica delle automobili, sempre meno utile all'utente e sempre più utile alle aziende come strumento anti-concorrenza, e via dicendo.

Ma è vero? Davvero “ogni resistenza è inutile”?

No, non è vero. Lo dimostrano chiaramente alcuni passaggi della nostra storia recente, sia all'interno che all'esterno del mondo dell'HI-Tech.

GNU

Il primo caso, ed il più eclatante, è sicuramente quello rappresentato da Richard Martin Stallmann e dal progetto GNU. Verso la fine degli anni '70, Stallmann si rese conto del fatto che le aziende stavano mettendo le mani sul software prodotto con soldi pubblici dalle università e lo stavano trasformando in un proprio business, a tutto svantaggio dei consumatori. Irritato da questa appropriazione indebita di un bene pubblico, Stallmann decise di dare vita ad un progetto teso alla produzione di software per il Pubblico Dominio. La ragione di questa iniziativa era ed è molto semplice: il consumatore ha la sola libertà di scegliere tra ciò che il mercato mette a disposizione. Per permettergli di non sottostare al ricatto delle aziende in un regime monopolistico od oligopolistico, è necessario che il mercato fornisca delle alternative ai prodotti commerciali creati dalle aziende. In altri termini, oligopoli e monopoli si combattono fornendo al consumatore delle alternative che rendano possibile una azione di boicottaggio.

Grazie a questo progetto, ora il mondo non deve più sottostare passivamente al predominio di aziende come Microsoft che, fino a pochissimi anni fa, operavano in regime di monopolio. Il mondo del software si è dato delle alternative come Linux, OpenOffice e Mozilla e, grazie ad esse, si è dato la possibilità di rifiutare le imposizioni tecniche e commerciali di Microsoft e delle altre corporation del settore.

Resistere a Microsoft e ad altre aziende non è stato inutile.

Il numero di serie del Pentium III

Ormai non se lo ricorda più nessuno ma c'è stato un tempo, all'inizio del terzo millennio, in cui Intel ha cercato di inserire nei suoi processori un numero di serie che li rendesse individualmente identificabili. Lo scopo, ovviamente, era quello di poter legare l'installazione del software alla piattaforma hardware e quindi di combattere il fenomeno della copia abusiva.

Non se lo ricorda più nessuno perchè questo numero di serie è stato immediatamente abbandonato da Intel a causa di una violenta sollevazione popolare. Una piccolissima percentuale di consumatori (probabilmente meno dell'1%) ha iniziato a bombardare Intel di proteste e Intel, dopo qualche tempo, ha sostanzialmente fatto marcia indietro.

Tutto questo può sembrare strano ma non lo è: Intel sapeva benissimo che era solo questione di tempo ed anche il restante 99% della popolazione avrebbe iniziato ad acquistare processori AMD invece di quelli Intel. Le aziende sanno bene che il loro mercato dipende da pochi, anzi pochissimi, opinion makers e stanno ben attenti a non inimicarseli.

Resistere ai Pentium III non è stato inutile. Resistere ai Pentium III, tuttavia, è stato possibile solo perchè esistevano già i processori AMD.

TCPA

Persino il Trusted Computing è, esso stesso, una dimostrazione di questo. Tra il 2002 ed il 2003, Microsoft ed il consorzio TCPA hanno dovuto fare una clamorosa marcia indietro. Il progetto iniziale di Trusted Computing di Microsoft si chiamava “Palladium” ma ora lo stesso progetto si chiama NGSCB. Il cambiamento di nome è stato dovuto alla sollevazione popolare dei consumatori contro questo progetto. Per lo stesso motivo, l'introduzione sul mercato di Palladium è stata più volte rimandata (doveva arrivare sul mercato nel 1999) ed ancora adesso non è dato sapere quando dovrebbe invadere la nostra vita quotidiana. Come se non bastasse, la documentazione di M$ su Palladium è stata frettolosamente “archiviata” per cercare di sottrarre questo progetto alle critiche.

Anche il consorzio TCPA si è trovato in una posizione analoga ed infatti ora si chiama TCG.

Resistere al Trusted Computing non è stato inutile: ha già messo in seria difficoltà le aziende e continuerà a farlo.

Lo Statuto dei Lavoratori

Anche nella vita reale, fuori dal mondo rarefatto dell'Hi-Tech, lottare non è certo inutile.

Fino al 1970, le leggi che regolavano il rapporto tra lavoratori dipendenti e datore di lavoro erano semplici e chiare: il datore di lavoro aveva dei diritti ed il lavoratore dipendente aveva dei doveri. Quali essi fossero, dipendeva dall'umore momentaneo del datore di lavoro.

La pesante azione di protesta e di pressione politica dei sindacati nei confronti di vari governi e di varie segreterie della confindustria non è stata inutile: se adesso non vi possono più buttare fuori a calci nel culo dal vostro posto di lavoro, è grazie a quella azione di protesta. Se potete lavorare 8 ore al giorno per 5 giorni alla settimana, è grazie a questa lotta, non alle doti taumaturgiche dell'economia neo-liberista.

In conclusione, possiamo dire che la nostra storia recente dimostra chiaramente che il mondo appartiene ancora alle persone, non all'economia. Non c'è da meravigliarsi o da scandalizzarsi se le aziende tentano di far approvare leggi che vanno a proteggere i loro diritti e/o privilegi a danno dei cittadini. Questa è una conseguenza inevitabile del fatto che il management aziendale deve difendere gli interessi degli investitori.

Non è però affatto detto che queste richieste delle aziende debbano essere accettate tacitamente e passivamente dai governi e dalla popolazione. Le aziende sono solo uno degli attori della vita sociale ed economica del pianeta, anche se certamente uno dei più forti.

Nello stesso modo, non c'è da stupirsi o da scandalizzarsi se le aziende tentano di proteggere i loro diritti e privilegi con altri mezzi, tra cui quelli tecnici. Anche questo fa parte della normale gestione strategica delle imprese e, anche in questo caso, non sta scritto da nessuna parte che i governi ed i cittadini debbano automaticamente accettare ciò che le aziende decidono.

L'imposizione di misure tecniche e legali che vanno ad esclusivo vantaggio delle aziende, e violano palesemente alcuni diritti fondamentali dei cittadini, può e deve essere combattuta. Si è già vinto più volte in casi simili e non sta scritto da nessuna parte che non si possa vincere ancora.

Di sicuro, non è un comportamento da uomini “intraprendenti” e “moderni” accettare passivamente le imposizioni che provengono dal mercato. Non lo fanno i manager delle aziende, veri sacerdoti del neo-capitalismo, e non c'è nessuna ragione per cui debba farlo il consumatore, unica e vera colonna portante del nostro sistema economico.

Si tratta piuttosto di una questione di “tecniche di lotta”. Come ha dimostrato chiaramente Richard Martin Stallmann, per combattere i monopoli e gli oligopoli bisogna creare delle alternative. Per questo è necessario creare delle alternative all'hardware americano, ormai irrimediabilmente contaminato da DRM e TC, e per questo è necessario creare delle alternative al modello di business esistente nel settore della produzione culturale e del recording (cinema, musica e via dicendo).

Produrre hardware alternativo non è impossibile, è “solo” difficile. Ci sono serie ragioni di sicurezza nazionale che possono spingere nazioni tecnologicamente avanzate, come Russia, Cina, India e persino l'Italia, ad ignorare i brevetti USA ed a produrre il proprio hardware in maniera autonoma. Se le aziende USA non cambieranno rotta, è probabile che questo problema arrivi presto agli onori della cronaca. Si tratta “solo” di portare il problema a conoscenza della popolazione e dei governi. La normale diffidenza tra stati può fare il resto del lavoro.

Tuttavia, quello dell'hardware non è il vero centro focale della discussione. La libertà deve venire soprattutto da artisti e da autori che ne comprendono il valore, non dai governi o dalle aziende che, come è logico, si limitano a difendere accanitamente il proprio business. Per questo è necessario informare gli autori sulle possibilità offerte dalla auto-produzione e sui rischi insiti in sistemi quali DRM e TC. Nei prossimi anni, la vera competizione dovrà avere luogo tra autori (musicisti, cineasti, scrittori, etc.) che capiscono questi concetti e autori che si arroccano sulle loro posizioni commerciali. Il “consumatore” dovrà poter scegliere tra questi due modelli culturali, e questi due tipi di persone, prima che tra due tecnologie.

Comments»

1. Il Borg-Troll - May 3, 2006

>La sequenza di messaggi che trovate qui di seguito ne è un esempio eclatante

Hehehe… Sono io quel troll, e ho intenzione di continuare a trollare finché sarà possibile. Se la gente non si arrabbia, non cambia nulla.

Io invece voglio che si arrabbi, eccome: con me e, per riflesso, contro il sistema che ci sta strangolando tutti. No rage, no change.

Eccome perché continuerò a rompere le scatole.

Fatevene una ragione.🙂

2. laspinanelfianco - May 3, 2006

Ciao Borg-Troll,
credo che tu abbia colto una profonda verità della vita sociale umana: “No rage, no change”.

Sono pienamente d’accordo con te: bisogna stimolare la reazione emotiva delle persone per ottenere la loro partecipazione alla vita sociale e politica. Lo ha dimostrato molto bene Berlusconi alle ultime elezioni: con il suo starnazzare al (inesistente) pericolo comunista è riuscito a portare alle urne gente che non aveva mai visto un seggio elettorale in vita propria.

Da un certo punto di vista mi dispiace doverlo ammettere, ma è proprio così: “No rage, no change”.

Ciao
Alessandro Bottoni

3. Alice - May 3, 2006

Qualcuno sa indicarmi come può fare una rock band a tutelare la sua musica senza incorrere nelle “logiche” distruttive di siae e compari?
Qual’è la soluzione migliore? Creative Commons? GPL?
Grazie a chiunque sappia illuminarmi!

4. laspinanelfianco - May 3, 2006

Ciao Alice,
il discorso è complesso ma, a grandi linee, si riduce a questo:
1. Crea la tua musica in formato digitale (ci sono varie sale di prova che dispongono dell’attrezzatura necessaria, prova a vedere questi link: http://www.generazionex.com/public/saleprove.asp). Questo è indispensabile per non avere a che fare con le case editrici nel punto in cui possono esercitare il massimo del controllo e della influenza.

2. Mettila a disposizione del pubblico sul web (Gratis e/o a pagamento). Ci sono vari siti web che si ocupano della promozione e della commercializzazione. Vedi ad esempio: http://www.epitonic.com/. In questo modo, è possibile scavalcare i più famelici degli intermediari: le case editrici che si occupano della promozione dell’artista e della distribuzione del materiale.

3. Se proprio vuoi metterla a disposizione su CD, contatta una azienda che possa produrre CD su larga scala (come http://www.neotek.it/ ) ed una azienda che li possa vendere online (sia Epitonic che Amazon che molti altri siti se ne possono occupare). In Italia, per i CD, purtroppo, ci vuole il bollino SIAE… L’acquisto dei bollini è però un male sopportabile e non costringe l’autore a cedere tutti i suoi diritti alla SIAE. Vedi http://www.siae.it/ . Tieni presente che comunque i CD hanno poco senso al giorno d’oggi. Inoltre, se decidi di vendere _solo_ all’estero i bollini non sono necessari. Se canti in inglese, ha molto più senso promuovere il proprio gruppo verso 3.550.000.000 di persone non italiane che farlo rispetto a 55.000.000 di italiani. In fondo, il bello del web è che non conosce barriere geografiche.

4. Organizza i tuoi concerti e vendi i biglietti online (molte aziende che si occupano della organizzazione sono in grado di farlo. In alternativa puoi contattare direttamente gli operatori del settore, come http://www.easytkts.it/). Per vendere i biglietti bisogna contattare la SIAE e darle mandato per la riscossione dei propri diritti di rappresentazione in pubblico (ma questo, di sicuro, lo sai già). Questo però non implica che si debba cederle _tutti_ i propri diritti e/o darle un mandato di procura in bianco. Fatti consigliare da un avvocato per i dettagli.

5. Sei costretto a contattare la SIAE anche se vuoi riscuotere i diritti che derivano dalla diffusione in pubblico (diretta e via radio/tv) dei tuoi pezzi. Anche in questo caso, non sei costretto a cedere tutti i tuoi diritti alla SIAE od a farti rappresentare in toto. Puoi dare il mandato anche solo per la riscossione dei diritti di diffusione pubblica e tenere per te lo sfruttamento dei diritti commerciali legati ai CD e ad altre utilizzazioni. Anche per questo, chiedi ad un avvocato.

Per la distribuzione della musica, le licenze solitamente utilizzate sono le Creative Commons di tipo “Some Right Reserved”. Queste licenze permettono di rilasciare la musica come prodotto “libero” per le applicazioni non commerciali (ad esempio l’ascolto privato) e mantenere il diritto di chiedere un compenso per le applicazioni commerciali (ad esempio la radiodiffusione). Anche una licenza del tutto proprietaria è perfettamente legittima e ti permetterebbe ugualmente di stare alla larga da case editrici e SIAE, se gestisci direttamente la commercializzazione. Ovviamente, puoi anche esaminare l’ipotesi di usare dei sistemi DRM per proteggere il tuo prodotto (ad esempio, usando RealNetworks). In questo caso, sai già cosa ne penso.

Come vedi, non si può fare completamente senza la SIAE (grazie alle nostre solite leggi da Repubblica delle Banane) ma si può limitare l’influenza di SIAE e di altri intermediari di diversi ordini di grandezza. Ovviamente, fare il più possibile da soli vuol dire incassare il più possibile dei ricavi. C’è chi ha stimato che la quantità di soldi “rubata” agli autori dalla copia abusiva sia spesso inferiore a quella che viene “dirottata” dagli intermediari nelle loro tasche. Questo dovrebbe far riflettere.

Comunque, ci sono molti siti web specializzati che parlano di queste cose. Prova a cercare “musica autoproduzione” o qualcosa di simile su Google.

5. Alice - May 5, 2006

Ti ringrazio moltissimo per il prezioso e competente aiuto!
Ti farò sapere come si sviluppa la cosa!
Ancora grazie!🙂

6. Untrusted Mirror » Resistance is Futile - May 7, 2006

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